Libri ed editoria, Recensioni

Daniele Titta. La notte comincia piano

Bolscevichi!

Sono tornata!

So che vi stavate chiedendo se fossi stata inghiottita in un buco pluridimensionale (o pluritemporale? Forse preferisco il secondo, preferire viaggiare nel tempo che nelle dimensioni).


Photo by Greg Rakozy

Niente di tutto ciò: sono stata stesa da un micidiale mix di pigrizia e impegni istituzionali.

Ma alla fine sono tornata.

Daniele Titta. La notte comincia piano.

In un certo si chiude il cerchio: la precedente raccolta di Daniela Titta, Sempre meglio della realtà, era stata la mia prima collaborazione con una casa editrice.

Il suo modo surreale di raccontare una Terra ormai agonizzante, colpita da una disgrazia spaziale mai ricostruita nei dettagli precisi, mi era rimasto molto impresso.

Ricomincio da Titta, insomma, perché oggi esce la sua nuova raccolta, La notte comincia piano.


Sirene fin troppo acquatiche, delitti di un tempo ormai passato, tossici annoiati e un richiamo dagli abissi a cui non si può resistere. Poi predatori, manager corrotti, pupazzi e bambini che pretendono di essere uomini.
 
Il lato primordiale che vogliamo ma non sempre riusciamo a contrastare. Le pulsioni che ci estraniano dal mondo civilizzato e ci conducono nell’ombra. Il sangue. Il sesso. La morte.
 
Sette racconti permeati da una ferocia carica di speranza, sette racconti che ci accompagnano in un viaggio allucinante nel mondo di chi vive dove gli altri non guardano.

I mostri siamo noi

Sempre meglio della realtà era ambientato in una Terra post-apocalittica, devastata da malattie, invase da strane creature. Un mondo agonizzante, insomma, che faceva da palcoscenico a eroismi e piccole bassezze degli esseri umani.

In La notte comincia piano non c’è nessuna apocalisse. O almeno, nessuna grande apocalisse scenografica.

C’è un susseguirsi di piccole, minuscole apocalissi personali, sullo scenario desolato di una provincia italiana deserta, moribonda, stanca di vivere.

Il palcoscenico questa volta è un’Italia fin troppo reale: quella dei paesini che si spopolano, degli impianti industriali abbandonati, delle case al mare aperte solo d’estate, dei quartiere periferici in cui aleggia una disperazione senza via d’uscita.

L’elemento soprannaturale, quando c’è, si inserisce nello scenario senza speranza di vite e famiglie disgregate. Paradossalmente, la realtà è talmente bidimensionale e finta che ciò che dovrebbe suscitare orrore è invece ciò che aggiunge dimensione, che dà ai protagonisti l’impressione di vivere davvero.

Accade così nell’incontro con la sirena, con il”mostro” dell’impianto abbandonato, o con l’assassino dei boschi.

Un elemento che torna in tutti i racconti è la figura materna: madri vittime e madri carnefici, madri senza speranza, madri che fuggono.

Lontano dagli eventi spettacolari e drammatici della prima raccolta, Titta si svela nei suoi racconti una verità impietosa: i mostri siamo noi.

E gli altri mostri possono solo legarci le scarpe.

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