Libri ed editoria, Recensioni

Thomas Wolfe. Un’oscura vitalità

Cari bolscevichi irriverenti (sì, ho deciso di cambiare il mio attacco con un qualcosa che mi girava in testa da un bel pezzo. Spero non la prendiate a male, ma volevo qualcosa che ci caratterizzasse in modo diverso. ),

ad agosto il blog è rimasto fermo, principalmente perché non ho letto nulla di ciò che volevo leggere e sono parecchio in alto mare anche con ciò che dovevo leggere.

È una questione complessa.

Son però riuscita a divorare una delle nuove uscite della collana Il bosco di latte dei miei amici di Paginauno, ovvero la raccolta di racconti di Thomas Wolfe Un’oscura vitalità,  nata, tra l’altro, da un lodevole progetto pratico, il laboratorio di traduzione organizzato dalla casa editrice e condotto dalla curatrice Sabrina Campolongo.


Thomas Wolfe è uno dei misteri della letteratura americana. Apprezzatissimo dai suoi colleghi, lodato dalla critica, è poi scivolato in maniera impercettibile nell’oblio del tempo, da cui è riemerso solo qualche anno fa con il film Genius, che racconta la storia del rapporto turbolento tra Wolfe e il suo editor Max Perkins, artefice del successo dello scrittore ma anche implacabile sfoltitore delle sue cascate di parole.

Nato in una famiglia di origine operaia, Wolfe si trasferisce a New York per realizzare i propri sogni letterari. Ma, raggiunta la fama, raccolti gli allori dello status di “genio” si lascia andare a una vita totalmente sregolata e piena di eccessi. Muore ad appena trentotto anni, di polmonite.

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Secondo le parole dello stesso Wolfe, la missione della sua scrittura era

Narrare l’intera intollerabile memoria dell’America, la sua violenza, la sua ferocia, immensità, bellezza, bruttezza e gloria.

La selezione operata da Campolongo rende pienamente giustizia a questa vocazione, e costruisce una versione in miniatura dell’universo wolfiano (dico in miniatura perché le opere principali di Wolfe sono note anche per il loro consistente numero di pagine).

La struttura di Un’oscura vitalità è compatta.

Una morte la apre e una morte la chiude: i due racconti Oscura la foresta e strano il tempoIl bambino e la tigre sono esattamente speculari, ottenendo così di  contrapporre l’Europa e l’America attraverso i temi del viaggio e della morte.

Ed è in mezzo a queste macabre parantesi che vengono raccolti diversi aspetti della cultura americana, come il teatro, la critica letteraria, il circo.

L’inverno del nostro scontento racconta la tragedia di due vecchi attori di teatro, catturati nel momento del loro ultimo incontro. Il padre della protagonista è stato costretto ad abbandonare le scene per via di una malattia che lo ha reso sordo e lo sta portando alla morte; il suo amico Richard Brandell, invece, è stato divorato dal suo stesso talento. Brandell ha una straordinaria capacità mimica, ma è proprio questo dono a distruggere la sua identità e il suo equilibrio nervoso: quando si guarda allo specchio non sa più chi è. 

Il circo all’alba è un delizioso spaccato di una provincia americana ormai lontanissima da noi nel tempo, vista dagli occhi di due fratelli che corrono la mattina presto a veder montare il circo. La  descrizione del circo ha una qualità coloristica e quasi pittorica, ci sembra di poter sentire i suoni e gli odori, di poterci sedere a tavola con gli artisti. L’interno del circo in continuo movimento ricorda un quadro di Chagall, specialmente nella descrizione della squadra di trapezisti.

Ritratto di un critico letterario è, ahimè, il racconto più debole della raccolta, mancando di un finale chiaramente definito. Trova la sua chiave di lettura se lo interpretiamo come un bozzetto comico su un critico letterario che sa sempre come tenere i piedi in due staffe e come cambiare la propria opinione a seconda di come cambia la corrente.

Wolfe-copertina

A rendere particolarmente interessanti i racconti di Wolfe è la loro qualità fotografica: assomigliano moltissimo a istantanee letterarie di un momento, di un incontro o di una persona.

Tutto è immerso in una luce sanguigna trasparente: e ne capiamo il perché quando arriviamo all’ultimo racconto, La tigre e il bambino, agghiacciante cronaca di una strage a colpi d’arma da fuoco compiuta da un gentile e amabile servitore di colore.

La cittadina di provincia in cui è ambientato il racconto è tenuta in ostaggio una notte intera; e l’assassino viene preso e massacrato in una caccia all’uomo che spoglia di umanità tanto i cacciatori quanto la preda.

Qui sta la natura violenta dell’America, che stende una luce inquietante su tutto quanto letto prima.

E leggendo la terribile morte di Dick,  il pensiero corre alla morte serena del malato di tisi in Oscura la foresta e strano il tempo, che si addormenta nel vagone illuminato dalla luna mentre il treno corre attraverso la Foresta Nera.

Così si muore in Europa. Così si muore in America.

 

 

 

 

 

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