Recensioni

Martin Vopenka. In viaggio con Benjamin. Verso la sperdutezza

Tovarishi!

Dopo una serie corposa di post russi, torno con una recensione “fuoristrada”. (vi piace il termine? Quasi quasi potrebbe diventare una rubrica).

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in Bonfirraro Editore, casa editrice siciliana con un catalogo eclettico e declinato su temi alquanto curiosi. Da questo incontro fortuito è nata una chiacchierata, dalla chiacchierata una piccola collaborazione.

Il libro che aveva suscitato il mio interesse (e che sarà recensito in tempi imprevidibilmente brevi) è Il mercante di Dio: mi hanno però proposto di scegliere anche qualche altro titolo da recensire, e il mio occhio è caduto su In viaggio con Benjamin. Verso la sperdutezza dello scrittore ceco Martin Vopenka.

La sperdutezza è quell’entita misteriosa verso cui dirige David, insieme suo figlio Benjamin, dopo la morte della moglie. Non è un luogo fisico, ma semmai un luogo dell’anima, che non può essere cercato ma solo trovato seguendo l’ispirazione.

Il loro viaggio parte da Praga per arrivare alla Romania, passando per la Boemia, l’Austria, Corfù e Delfi.

Un romanzo on the road, quindi?

Sì e no.

Il romanzo di Vopenka è parco di descrizioni naturalistiche e invece ricco di meditazioni interiori – afferenti sopratutto a David, che parla in prima persona.

Non abbiamo alcuna mitizzazione né della figura del viaggiatore né di quella del padre. David è tutt’altro che perfetto: è semmai un uomo confuso e totalmente assorbito da sé stesso, al punto tale che lo stesso figlio diventa poco più di una sua proiezione interiore.

Il viaggio verso la sperdutezza, quindi, più che un modo per aiutare il figlio a superare il lutto diventa un vagabondare che dovrebbe servire a David per trovare la sua strada.

Il libro è coinvolgente, per quanto ci si debba abituare al modo di ragionare del protagonista, spesso poco digeribile. David odia il regime comunista da poco finito e non perde occasione per rimarcarlo: che si tratti del degrado morale, ambientale, commerciale, la colpa è sempre dei comunisti.

Ovviamente questo sistema di pensiero non può non andare in crisi quando David arriva nella ‘libera Europa’ e scopre che il degrado c’è anche lì. Le invettive allora si indirizzano contro un non meglio specificato allontanarsi dell’uomo dalla natura (atto nefasto che accomuna comunismo e capitalismo) e contro la corsa al consumo.

Il lettore rimane quindi confuso : chi è il nemico? Il comunismo o il capitalismo?

Un discorso a parte merita il rapporto di David con le donne. David è ossessionato dal sesso in maniera patologica, ma possiamo apprezzarne l’asciutta sincerità. Non cerca giustificazioni, ci mette di fronte al fatto compiuto: se non fa sesso ogni due-tre giorni, ha difficoltà a pensare.

La maggior parte delle donne – compresa la moglie morta – non hanno nome. O meglio : le donne belle non hanno nome, perché sono solo oggetti; le donne brutte, che servono a consolare il protagonista, a volte vengono graziate e chiamate per nome.

Per quanto discutibile, la psicologia di David è forse lo spunto più interessante del libro. Dobbiamo tenere in considerazione che l’autore è stato uno dei primi scrittori della Cechia post-comunista: e nei difetti di David possiamo forse ritrovare le caratteristiche di un intero popolo che si è trovato improvvisamente libero, nell’Europa che tanto desiderava, per scoprire poi che la realtà era molto diversa dal sogno.

Per essere un viaggiatore, infatti, David è incredibilmente pieno di pregiudizi, talmente ridicoli da suscitare quasi simpatia per la loro ingenuità. I russi sono dei bifolchi che non sanno apprezzare la natura ; gli italiani sono mafiosi e ladri di bambini ; gli austriaci perfezionisti ma freddi ; i greci piccoli, scuri e molto religiosi; le donne inglesi brutte e gli inglesi in generale pallidi e distanti.

Viene da chiedersi se questi pregiudizi nascano dall’incapacità di gestire un mondo molto più complesso di quello comunista tanto disprezzato.

David può non riuscire simpatico : ma le sue invettive e i suoi pregiudizi son comunque sintomo di una parte della storia culturale d’Europa, che, considerati i tempi, è bene conoscere.

E questo è il motivo per cui vale la pena leggere il libro.

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