Cose belle random, Rock and rolla

Firenze Rocks, ovvero Not In This Lifetime

Spoiler brutto: non ci saranno foto dei nostri eroi, perché per una serie di disgraziate circostanze e del fato cinico e baro siamo finite dietro il mixer.

Avevo intenzione di scrivere questo post parecchio prima. Poi, come spesso accade su questo blog ( e spero che vi siate abituati, ormai, o  che almeno non mi odiate troppo), i tempi si sono allungati e le acque intorbidate.

Non è facile scrivere di un concerto a distanza di una settimana.

Ma ciò di cui stiamo parlando -almeno per quanto riguarda me- non è solo un concerto.

Il ritorno dei Guns ‘n’ Roses in Italia con la formazione originale (non con la brutta copia inventata da Axl Rose negli anni cupi del suo ritiro dalle scene), e la reunion tanto attesa hanno finito per coincidere con molto altro ancora.

Perché sogni per anni di vedere un gruppo dal vivo, e poi, nel momento in cui il sogno si realizza, ti rendi conto che tra il momento in cui sognavi e quello in cui guardi Axl Rose con indosso un capello da cowboy di stoffa nera sono passati undici anni e che in mezzo c’è stata quasi una vita intera.

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La sera del 15 giugno è stata la terza volta che ho visto un concerto legato al mondo Guns. Nel 2011 c’è stato Slash, nel 2012, appena laureata alla triennale, Axl con i suoi New Guns ‘n’ Roses. Entrambi i concerti sono stati accompagnati da viaggi della speranza in treno, nottate in stazioni, ustioni, polvere e speranze.

Tutte queste avventure le ho vissute con le amiche che erano con me anche questa volta, a sei anni dall’ultimo concerto.

E in sei anni può succedere di tutto. Nei sei anni tra i 22 e i 28 anni si diventa adulti, o almeno si dovrebbe.

Not in this lifetime

Forse, nessuno ci sperava davvero di rivedere i Guns uniti. Ed effettivamente mancavano un paio di pezzi, tra cui l’imprescindibile Izzy Stradlin’ e il meno imprescindibile batterista Matt Sorum. 

Pecca sicura dell’organizzazione è stata la scelta dei gruppi di base, appena nella media e costretti a suonare alle quattro del pomeriggio di fronte a un pubblico che ignorava chi fossero e già piallato dal caldo – il clima è il peggiore difetto di Firenze, sappiatelo.

Ma gli eroi della serata hanno saputo far dimenticare tutto, schiena scottata dal sole e piedi sfatti compresi.

Hanno saputo farci dimenticare tutto perché hanno suonato tre ore, mettendoci davanti agli occhi brani che finora avevamo visto solo nei video dei concerti degli anni Novanta.

“Non in questa vita” perché nessuno si aspettava di sentire live Coma, morbosa traccia di sedici minuti che chiude Use Your Illusion I, o Civil War. 

E non ci aspettavamo neppure di trovarci davanti un Axl Rose felice, rilassato, cordiale, che faceva gli scherzi al pubblico e ha sparato un bis dopo l’altro.

In questo modo è riuscito a spezzare, almeno per noi che eravamo lì, la fama ventennale di persona odiosa che lo circondava, dandoci tutto quello che poteva darci fino al punto in cui siamo stati noi, il pubblico, a barcollare per primi per la stanchezza.

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Il punto è che i Guns ‘n’ Roses non sono adatti per le mezze misure. Possono andare bene solo per un pubblico che ha fede ed è disposto a perdonare molto, ad aspettarli con il cuore in gola per un decennio quando il loro ultimo concerto è avvenuto ancora prima della sua nascita.

Perché tutti gli altri crolleranno prima.

Ancora più fede e pazienza ci vuole con Axl, un uomo che più di ogni altro è riuscito a farsi divorare dai propri demoni fino a sparire dalle scene,  anche a costo di mutilare e distruggere la propria bellezza.

Ma che è riuscito anche a tornare e a regalare qualcosa di enorme a chi lo aspettava da anni.

Ci siamo portati via un bagaglio enorme di energie positive regalateci da uno che ne ha passate di tutte; e altrettanto energie abbiamo regalato noi.

Alla fine  il messaggio dei Guns è sempre lo stesso: può capitare di venire spezzati nel peggiore dei modi. Questo è ciò che fa il mondo.

L’unico modo di fargliela pagare è tornare. Sempre.

 

 

 

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