Libri ed editoria, Russia

Jurij Oleša. Invidia.

Se digitate sulla barra di un motore di ricerca ( che sia il classico Google o il russo Yandex) il nome Jurij, è molto probabile che come immediato suggerimento  vi venga mostrato Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nel cosmo.

Era il simbolo dei successi del socialismo, che permetteva al figlio di un falegname e di una contadina di viaggiare nello spazio, mentre il primo astronauta americano era l’erede di una dinastia di banchieri.

Gagarin era l’apoteosi dell’uomo nuovo: quello stesso uomo nuovo di cui alcuni decenni prima un altro Jurij, lo scrittore Oleša, aveva scritto con sospetto, timore, e, sopratutto, invidia.

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Jurij Gagarin

L’incubo del mondo nuovo

Il destino di Jurij Oleša è disgraziato. Nato nel 1899, è appena diciottenne quando scoppia l’Ottobre, ma non prende parte alcuna all’epopea rivoluzionaria e alla successiva Guerra Civile. 

Descritto da molti come persona dal carattere eccezionalmente chiuso, Oleša si trova nella bizzarra situazione di un introverso (praticamente sociopatico) costretto a vivere in un’epoca in cui al contrario vengono costantemente festeggiati il collettivo, la fratellanza tra lavoratori, l’esultanza per un futuro nuovo che sembra a portata di mano.

Oleša vorrebbe partecipare, si sforza, ma non ce la fa. La sua natura stessa glielo impedisce; in più, la mancanza di una partecipazione attiva nelle esperienze formative fondamentali per la sua generazione lo rende un irrecuperabile outsider, un uomo fuori tempo massimo.

Lo è anche la sua opera I tre grassoni, scritta nel 1924 (ma pubblicata solo  nel ’28): una favola sulla Rivoluzione in un paese di fantasia, colorata e impregnata di romanticismo rivoluzionario, ma elaborata in un momento in cui tutto il resto della cultura era passata dalla fase epico-rivoluzionaria a quella organizzativa.

A metà degli anni Venti reclama il proprio ruolo nella letteratura una generazione di giovani intellettuali proletari che ha vissuto la Rivoluzione e la Guerra Civile in prima persona.

Il clima culturale si fa rovente, le varie correnti e organizzazioni si scambiano crudi insulti personali, si moltiplicano le polemiche. Per poter occupare un ruolo culturale pubblico bisogna avere il pelo sullo stomaco.

Ancora meglio è non essere soli: i grandi protagonisti dell’epoca, non a caso, sono spesso riuniti in gruppi, che permettono di fare quadrato contro gli attacchi.

Il mondo nuovo gli è estraneo, quello vecchio è perduto per sempre. Oleša si dispera, si dà al bere, spesso suscita scandali nelle osterie.

Dopo la tardiva pubblicazione de I tre grassoni  nel 1928 Oleša non pubblicherà più nulla di significativo, allontanandosi volontariamente dalla letteratura in un contesto, quello dei primi anni staliniani, che non avrebbe mai potuto accettarlo.

Nessuno lo toccherà: lo scrittore, sempre più isolato e disperato, passerà indenne le Grandi Purghe, per morire a 61 anni di infarto.

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Oleša nel 1958

“Odiava tutti e tutti invidiava”

Date le premesse, non possiamo stupirci che al centro di Invidia ci sia proprio il rapporto contraddittorio tra “l’uomo fuori tempo” e il mondo nuovo.

Il romanzo è diviso in due parti, ognuna con un proprio narratore. L’inizio è raccontato in prima persona da Nikolaj Kovalerov; successivamente la voce passa a un anonimo narratore in terza persona.

Kavalerov è la variante sovietica di un topos ricorrente nella cultura russa, quello dell'” uomo inutile”. Incapace di vivere nel mondo che lo circonda e di dominare le forze che lo muovono, l‘uomo inutile è divorato da un costante dissidio interiore: da un lato si sente inferiore, dall’altro cova un sentimento di biliosa superiorità. 

All’inizio del romanzo Kavalerov ubriaco viene cacciato da una birreria: verrà raccolto da Andrej Babičev, grande organizzatore del sistema alimentare sovietico. 

I due sono ognuno lo specchio dell’altro: dove Kavalerov si impone all’immaginazione del lettore come un ometto rattrappito,inetto, totalmente avvitato su sé stesso;  la narrazione indugia sulla prestanza fisica, fortemente sessualizzata, di Babičev, che sa pensare e agire, sa comunicare, sa muoversi nel mondo e ottenere ciò che vuole.

Babičev è il padrone del mondo nuovo: quello stesso mondo che ostacola e infierisce sul povero Kavalerov.

Le cose proprio non mi amano. I mobili fanno di tutto per intralciarmi… io striscio lungo il pavimento e vedo come la credenza se la ride di me.

Non c’è da stupirsi che Kavalerov abbia un rapporto totalmente nevrotico con Babičev: da un lato vorrebbe distruggerlo, dall’altro vorrebbe essere lui, anche se non lo ammetterebbe mai; forse addirittura vorrebbe essere posseduto.

Di quest’ultima tendenza è prova la gelosia che Kavalerov prova verso il protetto di Babičev, il giovane calciatore Volodja Makarov: bello, sorridente, figlio di operai, rappresenta il figlio perfetto (sia per la società sia per Babičev) che sottrae a Kavalerov tutto ciò che lui brama.

Questo insieme di tensioni esplode (e fa esplodere anche la struttura della trama) quando Kavalerov incontra il fratello di Babičev, Ivan. Quest’ultimo ha deciso di distruggere la società sovietica sfruttando la sua idolatria per le macchine.

A questo scopo ha creato la terribile Ofelia, macchina dotata di sentimenti.

Invidia.Jurij Olesa

Gradualmente la trama si sbriciola, esattamente come la psiche di Kavalerov. Se la prima parte procede secondo l’ordine cronologico, la seconda appare più che altro come un montaggio di sequenze scollegate l’una dall’altra, della cui veridicità è perfettamente legittimo dubitare.

In questo Oleša è aiutato dall’uso sapientissimo di una lingua saporosa e da una capacità di descrizione che si sofferma ossessivamente su ogni dettaglio, conducendoci passo dopo passo nella mente di chi soffre per…invidia.

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Jacques de Backer, Invidia

Ringrazio Carbonio Editore per la nuova collaborazione, e vi saluto regalandovi una canzone: The Rolling Stones, Out of Time.

 

 

 

 

 

 

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