Libri ed editoria

La notte dei ragni d’oleandro (Transeuropa Edizioni): intervista con l’autore

Mercoledì 15 Marzo Transeuropa Edizioni lancia Wirldwold. Una collana? Molto di più .

Coloro che bazzicano abitualmente i report sullo stato dell’editoria e della lettura in Italia (generalmente, ahimè, sconfortanti) sono di sicuro già familiari con un concetto che viene ripetuto da anni: gli esseri umani hanno bisogno di storie, non necessariamente di libri. E i libri hanno perso il passo rispetto ad altre forme di narrazione contemporanee – film , videogiochi, narrazioni interattive, e chi più ne ha più ne metta.

E naturalmente la grande minaccia, le regine cattive della favola, sono loro, le serie tv.

Come può una forma di narrazione statica come un romanzo competere con un media visuale come la serie tv, che genera aspettativa e a volte addirittura dipendenza, può cambiare in corso d’opera per accontentare i desideri dei fan, e che rispetto al film (condannato, se si tratta di un prodotto di mero consumo, a concludersi entro massimo due ore e mezzo) ha un margine di tempo per lo sviluppo dei personaggi parecchio ampio?

Purtroppo, non ho la risposta a nessuna di queste domande. Credo che ci vorrà tempo e impegno per venire a capo di questo rebus; ma che queasto fornirà lo spazio per numerosi esperimenti interessanti.

Transeuropa Edizioni fa proprio questo con la sua nuova collana Wildword: si getta nella mischia e afferra la possibilità di creare forme nuove, ed ibride. Il punto di partenza per queste narrazioni sono fatti di cronaca realmente accaduti, raccontati però in una veste distopica e paradossale, esattamente come farebbe una serie tv.

Giulio Milani, editore e talent scout, ha pensato a una collana strutturata per episodi, ognuno curato da un regista-narratore diverso: e nel 2017 ha girato l’Italia su un camper, insieme alla sua famiglia , per andare ai caccia di quei narratori che potessero aiutarlo a realizzare il suo progetto. (Se siete curiosi, come lo sono stata io, andata a sbirciare sulla pagina Facebook Transeuropa Discovery Tour: vi si aprirà un mondo).

Il modello di serie tv che mi è subito venuto in mente è stato Black Mirror: anche lì il mondo narrato è molto vicino al nostro, eppure non è esattamente la nostra stessa realtà . Potremmo essere noi tra dieci, venti, cinquanta anni, o appena dopodomani; o noi stessi in una realtà parallela.

Quest’impressione di somiglianza si è ulteriormente rafforzata quando ho letto in anteprima il romanzo- pilota, La notte dei ragni d’oleandro di Mario Bramè, che esce domani 15 marzo.

Perché come ogni serie tv che si rispetti, ci vuole un primo episodio che intrighi lo spettatore, che lo acchiappi e lo spinga a vedere (o a leggere) ancora.

La notte del Bataclan

La notte dei ragni d'oleandro copertina

Tutti noi ricordiamo bene la tragedia del Bataclan. Forse ricordiamo ancora cosa stavamo facendo quando abbiamo ricevuto la notizia della strage.

Mario Bramè ci prende per mano e ci porta con lui dentro il Bataclan in quell’ultima notte. Eppure non si tratta dellla storia che conosciamo noi: come in Black Mirror, i fatti sono simili a quelli reali, eppure sono anche irrimediabilmente distorti. Siamo dentro il Bataclan, e siamo gli unici a sapere cosa sta per succedere. Ci sembra di poter toccare con mano le persone, eppure non possiamo avvertirle, anche lo desideriamo con tutte le nostre forze.

Possiamo solo stare a guardare, sapendo bene come andrà a finire.

Assomiglia a uno di quegli incubi terribili dove succede qualcosa di illogico, ma al tempo stesso ineluttabile .

La notte dei ragni d’oleandro ci intossica e ci costringe a non distogliere lo sguardo. Entriamo per assistere a un Contest di musicisti, la musica ci risuona nelle orecchie, potremmo riconoscere ogni canzone e abbiamo davanti agli occhi le facce di tutti i musicisti immaginari, possiamo quasi sentire l’odore del loro sudore; ma stringiamo la mano anche agli assassini, e nostro malgrado siamo spinti a guardarli negli occhi.

Arriviamo non a capire, ma a conoscere.

La notte dei ragni d’oleandro parla di passioni che stravolgono la vita e di fedi cieche che dovrebbero riempire un vuoto. Ognuno ha la sua fede, ognuno si aggrappa a qualcosa: chi alla musica, chi a un Libro (vi dico solo che non è quel libro, e poi mi taccio) chi a un’ideologia (i memorabilia sovietici del proprietario del locale). E tutti, inevitabilmente, finiamo per assomigliarci.

Chiacchierando con Mario Bramé

Mario Bramè vive a Milano. Ha pubblicato saggi accademici, traduzioni e curatele, oltre ad aver fondato e diretto Edizioni Melquìades, casa editrice dedicata alla filosofia della scienza.

Non solo: per dodici anni, è stato batteristae cantante del gruppo di rock psichedelico/progressive “Mary Newsletter”.

Gentilmente ha accettato di rispondere a qualche domanda sul romanzo di prossima uscita.

Come è nato il progetto de La notte dei ragni d’oleandro?

Avevo in mente da tempo di scrivere un romanzo che raccontasse la costruzione meticolosa di una passione, il votarsi completamente ad essa, per poi abbandonarla di colpo. Avevo già scritto qualcosa. Poi sono entrato in contatto con Giulio Milani di Transeuropa che mi ha voluto nel progetto Wildworld, con l’idea di raccontare fatti di cronaca secondo la curvatura del letterario. La notte del Bataclan si è proposta in maniera prepotente e, potremmo dire, “naturale”. Così ho iniziato a lavorare al progetto.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare in narrazione un fatto di cronaca? Cosa bisogna evitare e quali elementi narrativi sono invece fondamentali?

Abbiamo parlato molto di questo tema, proprio perché la collana non si propone di raccontare i fatti seguendo i criteri della verosimiglianza che sono propri del racconto d’inchiesta e della non-fiction. È stato subito chiaro che ciò che volevamo fare era distorcere la realtà, guardarla da un altro punto di osservazione, reinventarla, immaginare e mentire per andare dritti alla radicalità delle cose. Per questo è nato un Bataclan immaginario. Del resto, che bisogno ci sarebbe stato di un racconto verosimile di quella tragica notte? Che cosa avrebbe dato in più, se non curiosità morbose e una sorta di empatia gratuita per la tragedia?

Le canzoni suonate durante il Contest del Bataclan sono descritte minuziosamente, così come sono molto curati i personaggi dei musicisti. Si è ispirato a canzoni e musicisti reali, e, nel caso, ce ne rivela qualcuno?

I brani sono tutti reali e, alcuni, molto conosciuti. È possibile, diciamo così, creare una vera e propria colonna sonora del romanzo. Le descrizioni seguono lo svolgersi del brano reale. Mi serviva poi concentrarmi su un musicista in particolare per rafforzare l’idea di una forma di fanatismo da parte del protagonista. Così ho scelto Horace Silver, perché mi ha colpito l’energia del suo “hard-bop”. Mi sono messo a studiarlo: dai brani alla biografia. I musicisti del Contest, invece, sono tutti inventati, completamente.

Mentre leggevo ho avuto l’impressione che l’interpretazione di Schopenhauer di Mohammed, la ludopatia di Chadi, la bulimia di Naima, il rapporto mistico-ossessivo dei partecipanti al Contest con la musica siano tutti correlati. Vuole dirci che siamo tutti inclini al fanatismo, nelle sue diverse forme, nel momento in cui ci pare che la vita non abbia senso?

No, non mi spingerei fino a questa lettura, anche se è innegabile che i vuoti chiedono spesso di essere riempiti in maniera prepotente.
Se vi ricordate, uno degli attentatori di Parigi, uno di quelli che dovevano attaccare lo Stade de France, a un certo punto, quella notte, si mette a vagare nei dintorni dello stadio, smarrito. La sua missione è sfumata, non ha ben chiaro quello che deve fare. Alla fine decide di farsi esplodere, da solo, a un semaforo. Ecco, io ho voluto raccontare quel vuoto, immaginando che fosse un vuoto esistenziale, radicale e, proprio perché radicale, comune agli Uomini.
I personaggi del Contest sono legati da questo vuoto. Alcuni lo avvertono distintamente, altri non sanno ancora di possederlo. Come tutti noi, del resto.
Poi ognuno fa dei propri vuoti ciò che vuole…

Anche lei è musicista, e in un passaggio del romanzo inserisce infatti un riferimento al suo gruppo, i Mary Newsletter. Quanto di autobiografico ha inserito nella narrazione?

Molto. Moltissimo. Per esempio, il “Mario” che suona sul palco al Contest sono io, con alcune bugie: alcuni tratti del carattere che mi piacerebbe possedere e altri che mi piacerebbe abbandonare. In più “lui” è molto più bravo di me, alla batteria. Quella dei Mary Newsletter fu un’avventura bellissima. Avevamo guadagnato un certo consenso, seppure all’interno di un genere di nicchia, che ci portò a tenere molti concerti nei locali, nei festival, perfino un live negli USA. È stato naturale, perciò, rifarsi a quell’esperienza per descrivere minuziosamente l’ambiente dei locali musicali, con particolare riferimento al periodo a cavallo tra gli Anni Novanta e il Duemila.

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