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Roman Šencin: L’ultimo degli Eltyšev

Nella provincia russa non c’è speranza di salvezza.

Siate contenti della vostra vita, siate piú cheti dell’acqua, piú bassi dell’erba.

Oh, se sapeste, bambini, il buio e la tenebra dei giorni a venire.

Così scrive il poeta russo Aleksandr Blok nella sua poesia Una voce dal coro (Golos iz chora).

È una poesia terribile, carica dell’aspettativa di una disgrazia ignota che sappiamo ci schiaccierà, non sappiamo quando, non sappiamo come. L’unica certezza è che succederà qualcosa di terribile: e come ci apparirà desiderabile allora la vita di cui prima ci lamentavamo.

Questo è esattamente ciò che succede nell’ultimo romanzo di Roman Šencin, L’ultimo degli Eltyšev, pubblicato da Fazi Editore.

La famiglia Eltyšev vive una vita semplice in una cittadina di provincia russa di cui non viene mai detto il nome. Tutto quello che hanno è stato conquistato con fatica, difeso con tenacia negli anni terribili che hanno seguito il crollo dell’Unione Sovietica.

Nikolaj , il capofamiglia, lavora nella polizia; Valentina, fa la bibliotecaria. L’appartamento è fornito dallo Stato, e in apparenza hanno tutto ciò che basta per vivere una vita dignitosa.

Ma nulla di quello che hanno è quello che volevano veramente, tutto è un po’ una seconda scelta: la macchina, la casa, il lavoro.

Sì, hanno lottato, Nikolaj e Valentina, ma con l’unico obiettivo di rimanere a galla. Si sono lasciati passare la vita addosso.

Certo, i due figli li fanno preoccupare: il maggiore è un nullafacente, il minore è in carcere perché durante una rissa ha picchiato un altro rgp ragazzo fino a ridurlo in coma.

Nella vita di Nikolaj e Valentina scorre furiosa una vena sotterranea di frustrazione. Sopratutto Nikolaj cova una rabbia sorda, il sospetto chela vita lo abbia fregato, ripagando in maniera avara tutti gli sforzi compiuti.

Quando questa rabbia esplode a lavoro, facendogli compiere un grave abuso di potere, Nikolaj non sa di aver segnato la fine della sua famiglia.

Perso il lavoro, persa la casa, Nikolaj e i suoi si illudono di poter ricominciare in campagna, inseguendo il sogno di una vita bucolica che non esiste più.

Perché ad attenderli al villaggio troveranno l’alcoolismo, la miseria e una lunga, lenta discesa verso l’abiezione.

La scrittura di Šencin assomiglia alla voce impersonale che commenta la vita degli animali nei documentari naturalistici. Le grandi e piccole tragedie degli Eltyšev vengono raccontate con il piglio asettico che si riserva agli eventi naturali inevitabili. Il leone che uccide la gazzella, il cervo che viene inghiottito dalle sabbie mobili.

Nikolaj, Valentina, il figlio maggiore Artem ci provano a tenere ancora una volta la testa fuori dall’acqua. Ma questa volta vengono sommersi, perché la loro apatia si scontra con una miseria a cui non sono abituati, e sopratutto con la scaltrezza e la ferocia di chi li circonda.

Gli Eltyšev verranno fatti a pezzi davanti ai nostri occhi, conservando fino all’ultimo lo sguardo incredulo di chi non può credere a cosa gli sta succedendo.

Paralizzati, anche noi resteremo a guardare, in attesa del colpo finale del destino.

Giudizio finale

L’ho divorato in un giorno solo. Nonostante la freddezza dello stile, la narrazione è ipnotica. Si scivola sempre di più sul fondo insieme ai protagonisti: una splendida lettura, adatta a chi sa digerire le storie forti e senza speranza.

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