Film

Leatherface. Ritratto del mostro da giovane

E sopratutto, perché è diventato quello che tutti conosciamo. Quante volte ci siamo chiesti chi ci fosse davvero dietro la maschera di cuoio del mostro del Texas Chainsaw Massacre? Dobbiamo ammetterlo: non è capitato molto spesso. Il personaggio Leatherface funziona proprio perché è una sorta di subumano, nato in una famiglia dove l’incesto è la regola. Può entrare e uscire dai nostri incubi perché è lui stesso un incubo. Ed è un incubo profondamente radicato nella cultura americana, a giudicare da quanti epigoni del nostro troviamo in un’infinità di film horror a stelle e strisce. Non solo, i primi antenati di Leatherface li troviamo in alcuni racconti di Lovecraft ambientati sugli Appalachi, dove prende forma il terrore che un continuo incrocio degli stessi geni porti a qualcosa che umano non è. Viene difficile credere ci possa essere un’altra storia dietro. Ma è quello con cui si misurano Julien Maury e Andrea Bustillo con il loro Leatherface, da me brutalmente snobbato nel corso di mesi perché avevo dato per scontato che fosse il consueto, stantio remake. È difficile dire qualcosa di nuovo a proposito di tutto l’universo del Chainsaw Massacre, eppure loro ci riescono, mostrando un giovane Leatherface molto, molto diverso da come lo conosciamo. E lasciandoci supporre che con un pizzico di sfortuna in meno, la storia sarebbe potuta andare molto diversamente. Il piccolo Jedediah sviene strappato alla famiglia degenerata Sawyer (sì, quella è esattamente come la conosciamo ) e inserito sotto falso nome in un programma di “contenimento ” per ragazzini disagiati. Dieci anni dopo: siamo nell’America di metà anni Sessanta, e il progetto in realtà ha come obiettivo solo quello di isolare “le mele marce” dalla società sana, isolandoli in una clinica e usando mezzi brutali come l’elettroshock. Durante il primo giorno della nuova infermiera Lizzie (che meriterebbe un premio speciale per peggior primo giorno di lavoro di sempre) l’irruzione di Verna, la madre di Jedediah che cerca di ritrovare il figlio finisce per scatenare una fuga dei pazienti. Si forma un gruppo che sequestra Lizzie e tenta la fuga in Messico, capitanato dalla coppia di psicotici Ike e Clarice. Nel gruppo ci sono anche due pazienti con cui Lizzie ha già interagito : il giovane Jackson e il gigantesco Bud, legati da una grande amicizia. Il rapporto che si sviluppa tra Jackson e Lizzie diventa il fulcro del film: Jackson, cresciuto nella convinzione che tutte le persone siano bugiarde, dà fiducia a Lizzie, per cui si prende una cotta: e questo finisce per rompere l’unità nel gruppo dei fuggiaschi. Jackson accarezza la possibilità di una vita normale, diversa da quella che ha vissuto fino a quel momento. A sbarrare questa strada non ci sono solo Ike e Clarice con le loro esplosioni di violenza incontrollata, ma anche un poliziotto inferocito dal dolore per la perdita della figlia, uccisa dai Sawyer; e da Verna Sawyer, che sospetta che il figlio minore sia tra i fuggiaschi ed è decisa a riprenderlo per inserirlo di nuovo nella famiglia. Anche se il film mantiene le massicce dosi di violenza gore (diverse scene sono parecchio disturbanti) che fanno parte del filone, riesce a spingersi oltre e a costruire una trama ben più sostanziosa, strizzando l’occhio un po’ ai personaggi alla Rob Zombie e un po’ a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Anche Ike e Clarice, i personaggi più devianti, non sono privi di sfaccettature: per quanto violenti e fuori controllo, i due suscitano pietà e empatia, perché è chiaro che hanno avuto la mente e la vita devastata dall’ambiente sociale in cui sono nati e dal soggiorno in clinica. Ci sono di mezzo i Sawyer, è vero: ma in realtà la storia parla di un gruppo di persone che cerca una seconda possibilità. Ma questa possibilità non è scritta nel loro destino.

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