Russia

Sguardi sulla Rivoluzione parte tre: Rivoluzione come poesia e lingua

Terza e ultima parte del reportage sulle giornate di Udine sulla Rivoluzione d’Ottobre.

Dopo il cinema, la storia, la politica, è giunto infine il momento di coinvolgere nella grande avventura dell’Ottobre anche la poesia e la lingua quotidiana.

Rivoluzione e lingua: istruzioni per l’uso

Prima di cominciare con il reportage vero e proprio, vi propongo un “starter pack” per capire meglio l’importanza del tema.

Dobbiamo ricordarci che ogni rivoluzione è in primo luogo un fatto sociale, un uragano che spazza via la vita quotidiana come era prima per costruirne una nuova, e, si spera, migliore.

Questo obiettivo appassionava e tormentava non solo i bolscevichi, ma moltissimi artisti, che sognavano di trasformare l’arte in uno strumento che a sua volta potesse trasformare la vita.

In questo uragano viene coinvolta anche la lingua, strumento prediletto delle sperimentazioni del gruppo di artisti intorno a Majakovskij già dai tempi del gruppo cubofuturista Gileja.

Fondamentale è il concetto della lingua “zaum'” (traducibile come transmentale): si tratta di una lingua che si allontana dalle strutture linguistiche reali per accedere un ulteriore livello, quello dell’inconscio. Giunta a un certo livello, la lingua zaum’ riesce ad agire sulla realtà e a cambiarla.

La lingua cambia il mondo: ed è per questo che alla Rivoluzione e alla sua nuova vita serve una nuova lingua, che possa modificare il mondo e rinnovarlo.

Luigi Magarotto: Vladimir Majakovskij: dalla Libera Parola alla parola apologetica

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Nel primo intervento, il mito degli studi italiani sull’avanguardia sovietica Luigi Magarotto ha esaminato una particolare fase dello sviluppo poetico di Vladimir Majakovskij.

Il poeta abbraccia a cuore aperto l’Ottobre, e se ne fa cantore, con entusiasmo: finalmente la lingua nuova sembra avere la strada spianata, si prepara ad essere l’alleata della Rivoluzione per cambiare il mondo per sempre.

Flashforward: nel gennaio del 1924 Lenin muore. Vladimir Majakovskij scrive l’ode in suo onore.

Gli anni del comunismo di guerra e l’inizio della Nuova Politica Economica (NEP), che ha dovuto concedere ampi spazi al capitalismo per evitare il collasso del Paese,  hanno fatto svanire da tempo l’utopia della lingua nuova. Ora è tempo di ordinazione sociale, e del prevalere dello scopo sul contenuto.

Non stupisce quindi che la lingua di Majakovskij abbandoni la propulsione verso il futuro per ripiegare su forme elegiache di antica tradizione – richiamando il Settecento di Lomonosov.

Il poeta non riesce tuttavia a rinunciare del tutto alle cifre stilistiche organiche al suo stile, a causa anche dello scopo che si impone sul contenuto. La figura (di stampo chiaramente cristologico) dell’individuo che prende su di sé i dolori del mondo, centrale nell’opera majakovskiana, diventa Lenin. Un Lenin  deificato e reso messia, che lascia presagire il culto della sua figura che esploderà negli anni successivi.

Non tutti i poeti abbracciarono l’Ottobre con lo stesso cuore impavido di Majakovskij.

Questo è stato il tema dell’intervento di Remo FaccaniOsip Mandel’štam nel «nero velluto della notte sovietica”  con cui il grande studioso ha cercato di ricostruire gli inizi del difficile rapporto tra il poeta e il mondo sovietico.

La Rivoluzione è un’amante difficile: e l’intervento di Faccani mette in luce le difficoltà del poeta nell’entrarci in contatto.  Osip Mandel’štam sente che la Rivoluzione è un evento tragico, ma che necessita di essere narrata, e cerca di inserirla nel suo mondo interiore, arrivando a lasciare Pietroburgo per recarsi a Mosca, dove si era concentrato il potere sovietico.

Proprio alla Mosca rivoluzionaria era dedicata una delle poesie prese in esame durante l’intervento.

Paola Cotta Ramusino: «Se non si capisce cosa dice, sarà un bolscevico». Riflessioni sulla fraseologia della Rivoluzione

Particolarmente interessante è stato l’intervento di Paola Cotta Ramusino, dedicata a uno studio linguistico della fraseologia della Rivoluzione, e all’evoluzione della lingua sovietica nel corso degli anni.

La lingua russa subisce un vero e proprio terremoto per potersi adeguare rapidamente al brusco cambiamento delle condizioni di vita quotidiana. Molte cose smettono di esistere, moltissime altre iniziano la loro vita burocratica.

E i segni di questo terremoto sono visibili in una ricca serie di fenomeni linguistici: l’aumento di abbreviazioni, acronimi, composizioni realizzate con pezzi di parole, il mutamento delle condizioni di uso della lingua.

Ma la lingua è per sua natura in continuo mutamento: e il fenomeno complementare e al contempo stesso opposto al rinnovamento della lingua è la sua rapidissima usura.

La fraseologia rivoluzionaria tende a svuotarsi, a perdere di senso, a trasformarsi in un meccanismo che consuma e ripete sé stesso. Gli appelli a salvare la lingua e ad impedire che si trasformi in qualcosa di stantio e lontano dalla vita si susseguono.

Il rapporto tra lingua e Rivoluzione è uno dei più affascinanti, perché non dobbiamo dimenticare che una delle più grande conquiste del Febbraio e dell’Ottobre è stato di dare voce a un popolo che per secoli è stato imbavagliato dall’autocrazia, e che un giorno ha gridato come un sol’uomo: “E io oggi voglio parlare!”

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Jason Rosewell via Unsplash

 

 

 

 

 

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