Libri ed editoria

I ricchi di Joyce Carol Oates. Recensione

Era da un sacco di tempo che desideravo leggere qualcosa della grande scrittrice. E la mia scelta è caduta sul secondo capitolo dell’epopea americana.

Avete presente quelle splendide, rassicuranti case dei sobborghi americani? Hanno popolato molti dei film e telefilm passati sotto i nostri occhi, disegnando un mondo idilliaco. E finto.

Cosa accade davvero dietro quelle mura e quei prati spazzolati e rasati come il pelo di un maglione di cashmere?

Vi ricorderete sicuramente di Desperate Housewifes, ma il vaso di Pandora era già stato scoperchiato da American Beauty, e ancora prima da numerose novelle di John Cheever. E, naturalmente, da Joyce Carol Oates.

Ne I ricchi il narratore è Richard, detto Dikie. Immensamente grasso, secondo le sue stesse parole, consuma incredibili quantità di cibo spazzatura mentre stende un memoir che dovrebbe aiutarci a capire come è arrivato lì, e quale orribile delitto abbia compiuto quando era ancora un bambino.

Il piano è semplice: finito il manoscritto, premuto l’ultimo tasto della macchina da scrivere, Richard mangerà fino a morire.

Al centro della psiche deformata di Dickie, come il Minotauro al centro del labirinto, c’è sua madre, Natashya, Nada, come la chiama Dickie. Raffinata, gelida, affascinante, Nada ha ipnotizzato e schiacciato il suo grasso, malaticcio, introverso figlio. Ha origini russe che le hanno distrutto l’infanzia: i suoi sono scappati dalla Rivoluzione, e non son mai guariti dal mal di patria.

Nada è inquieta, non si accontenta della vita che ha. Ha sposato un uomo pesante, volgare, che si diverte a ferire con il proprio disprezzo.

Nada spesso fugge. Eppure poi torna, e cerca di ricostruire il quadro che ha fatto a pezzi con le sue stesse mani.

Questo continua tira-e-molla non può non influire sulla mente già instabile di Dickie, trasformandolo in un narratore del tutto inaffidabile, e spingendolo a prendere una strada pericolosa…

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Procedendo nella lettura si percepisce un costante senso di irrealtà. Tutti i sobborghi si assomigliano, impariamo: e la stessa regola vale per le case, per i cocktail party, per gli uomini e le per le donne. Ogni cosa raccontata finisce per scivolare via, sembra che i personaggi stiano recitando su un grande set. 

Sembra che prima o poi le luci si spegneranno, le maschere cadranno e appariranno le persone che si nascondono sotto di esse. Ma questo non accade mai.

Terrificante è la sorte dei bambini – e in questo la Oates ricorda molto Cheever-  costretti ad assistere alle assurdità dei genitori, a prendersene cura se sono alcoolizzati, e in generale abbandonati a loro stessi, costretti a fare squadra per sopravvivere.

Il rapporto genitori- figli praticamente non esiste, e questo vale per tutti, non solo per Dickie e Nada.

Tutto è un grande baraccone, tutto è finto. E, alla fine dei conti, Nada dimostrerà di non essere un’eccezione.

 

 

 

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