Russia

Sguardi sulla Rivoluzione Parte Due: Rivoluzione come storia e politica

La seconda parte del reportage su “Sguardi sulla Rivoluzione”, giornate di studio organizzate dall’Università di Udine.

La prima parte del reportage era dedicata agli sguardi del cinema sulla Rivoluzione, sguardi che avevo introdotto come appartenenti a un tema “mastodontico”. Che dire allora degli sguardi storici e politici sulla Rivoluzione, a cui è dedicato questo secondo articolo?

Se il tema del primo articolo era un mare, qui abbiamo a che fare con un oceano intero, proprio perché ogni rivoluzione è in primo luogo un evento storico e politico.

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Cominciamo dall’inizio

Ovvero, dalle ragioni che hanno portato all’implosione dell’Impero zarista, riepilogate da Andrea Franco (Università di Macerata) nel suo intervento.

Esiste un pensiero sotterraneo ma abbastanza diffuso nel pubblico secondo il quale nella Russia zarista tutto andasse in maniera meravigliosa prima che i “cattivi bolscevichi non hanno rovinato tutto”.

L’intervento di Franco, invece, contribuisce a far capire che la Russia prerivoluzionaria era un’entità omogenea solo in superficie, mentre a livello profondo era scossa da linee di faglia che si allargavano sempre di più.

Una di queste linee era la questione agraria: per secoli lo Stato russo aveva delegato alle comunità contadine la gestione di innumerevoli funzioni burocratico-organizzative (compresa la gestione della leva militare, per fare un esempio); ma poi, in maniera brusca, aveva deciso di riappropriarsi di tali funzioni. Questo aveva portato a un cortocircuito nel sistema agrario, con il risultato di mettere contro l’autocrazia praticamente tutti gli strati sociali, a partire dai contadini per arrivare ai nobili.

Un’altra importante frattura era la questione delle diverse nazionalità che componevano l’Impero, dove fino un certo punto la coesione era stata garantita dall’assorbimento delle élite nazionali all’interno del sistema zarista. Tuttavia,a partire dal 1905, la doppia crisi innescata dalla Rivoluzione e dalla fallimentare guerra in Giappone inceppa questo meccanismo, portando alla luce un’insoddisfazione generalizzata.

Lenin sì o no?

Particolarmente interessante è stato il “duello” intellettuale nato tra il professor Ettore Cinnella e il professor Guido Carpi, divisi dall’opposta considerazione che hanno della figura di Vladimir Lenin. 

Emblematici i titoli dei due interventi: “Realtà e leggenda della Rivoluzione bolscevica” per Cinnella, e “Lenin per mille anni” per Carpi.

Ettore Cinnella critica sopratutto l’impostazione comune che tende a considerare “Rivoluzione russa” e “Rivoluzione d’Ottobre” come sinonimi: da qui il titolo del suo intervento.

Lo studioso vuole invece attirare l’attenzione sul carattere genuinamente plebeo della Rivoluzione, e incitare ad ampliare la sfera degli studi, dando il giusto ruolo agli altri, molteplici attori che ebbero la loro parte nell’organizzazione della rivolta delle masse.

Bisogna aggiungere che secondo il pensiero di Cinnella la vera Rivoluzione russa è stata quella del 1905. In maniera radicalmente opposta a quanto scritto nella pubblicistica bolscevica, il 1905 non è affatto stato la prova generale dell’Ottobre, ma un fenomeno rivoluzionario a sé stante, il vero terremoto che ha scosso le fondamenta della società russa.

Insomma, bisogna rileggere l’intero sistema di studio del fenomeno rivoluzione, concentrandosi in particolare sui seguenti punti:

  • Lenin come figura non omogenea, ma stratificata e mutevole, che ha avuto il suo principale colpo di genio nel cogliere il ruolo dell’insofferenza contadina, e ha saputo cavalcarne la rivolta;
  • i bolscevichi come becchini e non artefici della rivoluzione;
  • la forza del movimento contadino e del partito socialista rivoluzionario.
  • analisi della Rivoluzione del 1905 come data fondamentale per capire i reali desiderata della società russa.

Di tenore totalmente opposto, ovviamente, è stato l’intervento del professor Carpi, incentrato invece su un’analisi del genio politico di Lenin.

Paragonandolo a un giocatore di scacchi, Carpi evidenzia la lucidità di Lenin nell’individuare i due punti critici che rendevano instabile tutta la vita politica post Rivoluzione di Febbraio: la fine della guerra e la ridistribuzione delle terre. Di fatto, il popolo è ormai stremato da anni e anni di guerra fallimentare, e vuole solo, finalmente, la pace; i contadini scalpitano per potersi finalmente dividere le terre.

Lenin è un giocatore di scacchi perché sa ritirarsi per poi avanzare ( nel caso della Pace di Brest, ad esempio) e sfruttare le mosse degli avversari: dominando la rivolta contadina, imponendo a un Paese che stava precipitando verso il baratro una caduta controllata e guadagnando al Partito Bolscevico la chance di avanzare verso la realizzazione di una rivoluzione socialista.

Tuttavia,  anche Lenin può sbagliare: lo dimostra con il suo atteggiamento verso i contadini, che considera erroneamente come una società divisa in classi. 

 Questo porterà al fallimento delle misure che dovevano colpire le fasce contadine “ricche”: l’intero nucleo della comunità, infatti, sceglie di dividersi il peso delle imposte, piuttosto che gettarlo sulle spalle di un singolo nucleo familiare. In ogni caso, anche senza l’errore di giudizio di Lenin, in Russia il rapporto città- campagna era ormai gravemente compromesso: con lo scoppiare della Guerra Mondiale i villaggi tendono a chiudersi in sé stessi dedicandosi a un’economia di sussistenza, e non intendono fornire provviste alle città, considerate entità improduttive.

Giustizia e Rivoluzione

Antonella Salomoni (Università della Calabria e Università di Bologna) e Valerio Marchetti (Università di Bologna) hanno invece proposto due letture complementari sul complesso rapporto che si instaura già dopo il Febbraio tra legge ufficiale e legge popolare.

Assistiamo infatti a un fenomeno abbastanza curioso: laddove il governo provvisorio elimina subito la pena di morte nel codice penale, la folla si produce in una serie di linciaggi spontanei.

Come si spiega tutto questo? Si può partire dall’idea di un popolo che rimane indietro rispetto alla classe dirigente che agisce in suo nome, ma in realtà ci sono delle ragioni molto più profonde.

L’esecuzione collettiva, che libera il singolo dalla responsabilità diretta nell’uccisione del colpevole, era prassi integrante della giustizia contadina. Il tribunale, una volta emesso il verdetto, consegnavano il colpevole nelle mani del popolo affinché portasse a termine la condanna. Queste pratiche vennero bloccate a partire dallo Zar Alessandro II: togliere la vita a un individuo veniva infatti considerata una prerogativa del monarca di cui il tribunale contadino non poteva impossessarsi.

Ed è significativo che nel caos della Guerra Civile la consuetudine dei tribunali di condannare a morte i prigionieri indicasse che erano ancora prigionieri delle tradizioni popolari.

Una sorta di ritorno del represso, insomma.

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