Russia

Gli sguardi sulla Rivoluzione di Udine Parte 1: Cinema e rivoluzione

Il 17 e il 18 ottobre l’Università di Udine ha organizzato due giornate di studio dedicate alla Rivoluzione d’Ottobre, vista sotto molteplici sguardi.

Oggi parliamo del primo sguardo: quello del cinema.

Come raccontare il rapporto tra Rivoluzione e cinema, tema mastodontico, in una sola giornata?

Sono stati scelti due film lontanissimi tra loro: il grande classico “La corazzata Potemkin” e un film appartenente a un’altra età del cinema sovietico, il leggero “Vicino al mare più azzurro”

Due modi completamente diversi di approcciare la Rivoluzione, dunque.

Rivoluzione nella vita e rivoluzione nelle forme del cinema.

Non è semplice parlare de La corazzata Potemkin riuscendo a dire qualcosa di nuovo nel tempo ristretto di un intervento accademico.

Alessia Cervini (Università di Messina) si è misurata con onore con quello che lei stessa ha definito “l’incubo dello studioso di Ėjzenštejn”, cercando di costruire una storia “minore” del grande film.

E una storia alternativa, o minore, si può costruire solo ribaltando la prospettiva con cui si guarda La corazzataconsiderandolo non più come un punto di arrivo ma come un punto di partenza.

Il film, che proietta il regista nella fama mondiale, viene analizzato come una prova generale della rivoluzione delle forme che Ėjzenštejn opererà nel corso di tutta la sua carriera: esattamente come la Rivoluzione del 1905 narrata nel film è, per la storiografia sovietica, la prova generale dell’Ottobre.

A questa storia “minore” del film la Cervini ha aggiunto una serie di spunti da con cui accompagnare la visione del film:

  • l’importanza del ritmo, realizzato dall’alternarsi delle lunghezze delle varie inquadrature, che di conseguenza attribuisce al montaggio un ruolo fondamentale. Il ritmo del cinema diventa quello del respiro, allungandosi e sincopandosi per adeguarsi a un respiro calmo o affannato.
  • il motto dei marinai in rivolta e del popolo che li segue “uno per tutti, tutti per uno” entra anche nella struttura del film, incarnandosi nell’ampio uso della sineddoche  (una parte per il tutto): ne è esempio il ruolo del pince-nez del medico di bordo, che diventa incarnazione del medico stesso.
  • La Rivoluzione racchiude in sé tanto l’impossibile che diventa possibile (la sequenza dei leoni di marmo che si alzano in piedi) quanto un istinto basilare, primitivo, come quello del disgusto di fronte a un taglio di carne brulicante di vermi.

Ha aggiunto inoltre un aneddoto divertente: come faceva Ėjzenštejn a mantenere il polso della situazione nelle grandi scene di massa? Semplicemente utilizzava lo stratagemma di richiamare le comparse usando un cognome molto diffuso, dando così l’idea di rivolgersi a una persona precisa (Ivanov, dico a voi!).

Vicino al mare più azzurro locandina
La locandina di Vicino al mare più azzurro

Un altro sguardo:Vicino al mare più azzurro

Premessa: non solo non mi è piaciuto il film, ma non sono neppure d’accordo con le motivazioni che hanno portato il relatore Alessio Scarlato a sceglierlo.

Scarlato ha parlato – a ragione- di una storia invisibile del cinema sovietico, quella fatta delle innumerevoli negoziazioni tra il potere del Partito e gli artisti del cinema.

Ma ha anche voluto vedere in Vicino al mare più azzurro, (regia di Boris Barnet, sceneggiatura di Kliment Minc, legato ai circoli dell’avanguardia oberjuta) una sorta di rifacimento della Corazzata Potemkin dove il raggiungimento dell’utopia diventa impossibile.

Il film è del 1936, anno tristemente noto per i due processi di Mosca, con cui si scatena la ferocia delle purghe staliniane. 

Ma, naturalmente, ciò che era possibile mostrare sugli schermi cinematografici non coincideva affatto con quello che accadeva nel Paese. Così, Vicino al mare più azzurro ci racconta la storia di due lavoranti, Alesha e Jusif, che vagano di kolchoz in kolchoz finché, dopo un naufragio, non approdano dritti dritti tra le braccia della bella Marja.

Scocca il triangolo, come è ovvio, in un crescendo di avventure tra il grottesco e il tragicomico. Ma alla fine Marja rivelerà di non poter scegliere nessuno dei due, perché sta aspettando il suo fidanzato,  in missione militare sul Pacifico. I nostri eroi riprenderanno quindi la strada di una non meglio specificata casa.

Sguardi di felicità

Insomma, il film è un esempio perfetto di quegli “sguardi di felicità” che il comunismo dell’epoca voleva apportare nei suoi film; presenta una visione della vita nel kolchoz totalmente idealizzata, allegra e superficiale.

Non bisogna sottovalutare gli elementi surreali e quasi onirici che vengono sparsi qua e là nel film: ma di lì a definirlo un nuovo sguardo sulla Rivoluzione, e un rifacimento del Potemkin, la strada è lunga.

Un film divertente, allegro e a tratti fin troppo leggero. Ma cosa abbia a che fare con la Rivoluzione non è chiaro.

 

 

 

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