Film

The Devil’s Candy, un ironico orrore

Non posso negarlo: sono un’appassionata consumatrice di film dell’orrore, come è del resto abbastanza palese dall’unico altro articolo (per ora) compreso nella categoria “Film”, dedicato a un altro horror, It Follows.

Ahimè, però, dopo l’ottima stagione di alcuni anni fa – che ha prodotto Esp, Sinister, e il secondo capitolo di Paranormal Activity, che faceva a tutti gli effetti più paura del primo- sta diventando sempre più difficile imbattersi in horror di qualità.

Sono andata a vedere The Devil’s Candy con il freno a mano dell’entusiasmo ben tirato.

Per mia fortuna ero destinata a ricredermi abbastanza in fretta: ma il punto è che The Devil’s Candy non è un horror classico, ma molto, molto particolare. 

Partiamo con ordine: i nostri protagonisti sono una famiglia di metallari che si trasferisce in una grande casa isolata, comprata a un prezzo vantaggioso. L’inganno? Secondo il venditore, solo una coppia di vecchietti che ci è morta qualche anno prima, per cause totalmente naturali. In realtà noi sappiamo, perché lo abbiamo visto nelle scene iniziali, che i due sono stati invece seccati dallo scemo di famiglia, un ciccione che schitarra metal a tutto volume per non sentire le voci demoniache che gli ronzano nella testa.

Il capofamiglia metallaro, Jessie, è un pittore: questo, naturalmente, apre la strada a uno sviluppo della trama di tipo classico, dove l’artista lentamente impazzisce, deviato dall’essenza malefica della casa.

I creatori di The Devil’s Candy si divertono però a scombinare allegramente le tessere che compongono tale struttura classica, a partire dalla scelta di mettere come protagonisti empatici dei metallari,  tipici cattivi/ figure dubbie  nell’horror degli anni Ottanta. Come possiamo immaginare, il ciccione posseduto e suonatore di chitarra avrà un ruolo di rilievo; ma il film gioca molto bene con tutta una serie di topos dell’horror: la cittadina dove tutti sembrano conniventi con il massacratore, scomparse che non vengono notate da nessuno, fantasmi che comunicano messaggi attraverso la trance artistica del protagonista. Tutto è talmente evidente da essere grottesco in maniera superba: il giocattolo è stato aperto per mostrarci come è fatto dentro, eppure funziona ancora egregiamente.

Anche a motore aperto, infatti, la trama cammina spedita, lasciandoci con l’ansia fino alla fine.

Sean Byrne ha fatto ben sua la lezione di Rob Zombie: e, evitando gli spoiler, alla fine è una storia sull’eterna lotta tra il bene e il male; e sopratutto, su quale delle voci nella nostra testa decidiamo di ascoltare.

 

 

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