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Un racconto senza immagini

Lenin Library, yeowatzup, (Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Personaggi indimenticabili si aggirano nella Biblioteca di Stato russa. Ma non ho loro foto.

Qualche tempo fa, scrissi un articolo dove raccontavo la storia e l’atmosfera di uno dei miei posti preferiti di Mosca, la Biblioteca di Stato, che anche se ha cambiato nome ormai più di vent’anni fa, viene ancora affettuosamente chiamata Leninka, ossia “quella di Lenin”. Era un post nostalgico, legato al fatto che da tempo non tornavo a Mosca e non sapevo quando avrei potuto rientrare nella biblioteca.

Nel mio ultimo viaggio a Mosca sono ovviamente tornata alla Leninka, ed è stato proprio a uno dei suoi banchi di legno che ho avuto l’idea per questo pezzo.

Idea che ha finito per essere accantonata dopo il mio ritorno in Italia, sepolta sotto montagne di lavoro arretrato. Ma ancora fresco e vivo è nella mia mente il ricordo dei personaggi incredibili che si aggirano per i suoi corridoi magniloquenti e cupi. Non ho fotografato nessuno di loro per una serie di ragioni:

  • Sono timida e in più odio l’idea di mettere a disagio le persone;
  • volevo esercitarmi nell’esoterica tecnica dell’evocazione dei personaggi;
  • nella Leninka in generale è vietato fare foto, a meno che non si disponga di speciali autorizzazioni o si faccia parte di un gruppo turistico che visita l’edificio.

Gli omini e le donnine della Leninka sono una parte fondamentale dell’habitat di chi passa molto tempo dentro la biblioteca. In generale, si comportano come se fossero a casa loro — e probabilmente davvero considerano il vecchio e torvo edificio come la loro unica casa, e, forse, famiglia.

Si aggirano ovunque ciabattando, vestiti in modo liso o in ogni caso totalmente assurdo (esempi classici sono il vecchino in canottiera a gennaio o la donnina con la salopette di lana in luglio), portano con sé bustine piene di pezzetti di carta o generi di conforto assortiti, molto spesso parlano da soli o conducono lunghe conversazioni con interlocutori misteriosi sfruttando i telefoni fissi, vecchi di decenni, appesi nelle scale che uniscono i vari piani.

Leggono i libri usando incredibili occhiali senza stanghette, o lenti d’ingrandimento grandi come le loro teste. A volte non leggono neppure, ma consultano misteriosi quaderni o fogli con appunti che si sono portati da casa.

Uno dei miei personaggi preferiti è un vecchiettino minuscolo, praticamente incartapecorito, che abbiamo visto nella sala di lettura solo di pomeriggio. Arriva, si siede e poggia sul banco una serie di sacchetti di plastica, da cui tira fuori mucchi e mucchi di fogli. Per il resto del pomeriggio si occuperà soltanto di strappare i foglietti e reincollarli fra di loro, utilizzando una boccetta di colla liquida. Sui foglietti sono riportate astruse formule di chimica o di biologia. Per tutto il pomeriggio l’omino rimane chino sui suoi foglietti, attaccandoli o staccandoli secondo un qualche misterioso disegno.

C’è poi una donnina che compare spesso nel bar della mensa sotterranea. Non si siede mai ai tavolini né acquista del cibo al bancone, ma trangugia velocemente, con aria furtiva, del cibo conservato in vasetti a loro volta avvoltolati dentro sacchetti di plastica.

C’è un’altra signora che ho intravisto solo per pochi secondi, incuriosita dalla voce stridula con cui discuteva con l’impiegata della biblioteca mentre marciavano da qualche parte: anche lei risucchiata dalla vecchiaia, portava i lunghi capelli grigi raccolti baldanzosamente in due alte codine da adolescente, ed era completamente vestita di lana scozzese rosso vivo. A luglio, ricordiamoci.

Sono solo pochi esempi, purtroppo: sarebbe impossibile descrivere nei dettagli tutti coloro che trascorrono le loro giornate trascrivendo freneticamente appunti nei loro quadernini spiegazzati, chiedendo pile di libri bibliografici o conducendo misteriose ricerche in gruppo.

Per tutti loro la Leninka è un rifugio, un club, un luogo che permette loro di avere contatti umani e di impiegare le giornate senza che sembrino inutili.

Non potrei immaginare la biblioteca senza di loro: e mi piace pensare, che forse, in qualche modo, come in un qualche racconto fantastico, siano questi personaggi bizzarri a proteggere la biblioteca, a sostenere sulle loro fragili spalle la sua essenza e la sua atmosfera. Potrebbero essere i folletti e le fate moderni: bizzarri, nodosi, in silenziosa guardia di una foresta di libri.


Scrivo per assimilare il mondo. Sul Troubadour, come in un diario di bordo, raccolgo le storie che incrocio nel mondo reale e in quello della lettura. Se avete apprezzato, regalatemi un cuoricino. Se volete scrivermi, potete farlo a virgini.pili169@gmail.com

Il mio primo articolo sulla Leninka:http://www.mifacciodicultura.it/2016/03/05/la-biblioteca-leninka-scrigno-dello-spirito-russo/

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