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Buon compleanno, Majakovskij

Invece di una lettera


Il 19 luglio- secondo il vecchio calendario-sarà il compleanno di Vladimir Majakovskij. Ogni anno mi dimentico di commemorare la sua morte, dato che per ragioni oscure coincide sempre con periodi incasinatissimi della mia vita. Ma voglio pensare che in certi casi è meglio fare un regalo di compleanno che poggiare un fiore su una tomba.

Cosa si scrive di Majakovskij? Come lo conoscete? Come il poeta della rivoluzione, l’ardito avanguardista, l’innamorato di Lili Brik? Tutto e niente.

Per questo voglio scrivere anche io, su un tema cantato non una né cento volte.

A 13 anni Majakovskij assiste alla morte del padre. Un uomo gigantesco -come diventerà lui del resto- un guardiacaccia poliglotta e pieno di vita, ucciso dal tetano per essersi punto un dito con un ago.

Vladimir rimane l’uomo di casa e decide di occuparsi lui di ogni dettaglio del funerale. La morte del padre lo segnerà indelebilmente: per tutta la vita sarà ossessionato dai germi e dalle malattie.

La perdita del padre significa anche la fine dell’infanzia in campagna e il trasferimento a Mosca, in condizioni economiche precarie. Per contribuire all’economia familiare, Vladimir e le sue sorelle dipingono uova pasquali di terracotta e altri oggettini; la madre accoglie in casa studenti come inquilini, nel tentativo di far quadrare i conti.

Proprio uno di questi studenti porta in casa i primi pamphlet politici con cui entra in contatto Majakovskij: il suo coinvolgimento nelle attività sovversive è praticamente immediato, e altrettanto rapidamente finisce per attirare l’attenzione delle autorità. Viene arrestato una volta, una seconda, e infine una terza: è a questo punto che riceve la condanna più lunga, di un anno in isolamento.

Qui finisce una prima parte della storia. Secondo la mia idea, è stato l’insieme di queste esperienze traumatiche (la perdita del padre; lo sradicamento e la solitudine — visto che la madre e le sorelle dovevano lavorare; il carcere) a formarne il carattere in maniera incisiva.

Dalle testimonianze di amici e conoscenti appare il quadro in un uomo estremamente (quasi morbosamente) sensibile e insicuro, capace di percepire ogni piccola tristura e bruttezza del mondo come un fatto personale. Il mondo è un incubo, che circonda, preme, ossessiona il poeta da tutti i lati, e lui cerca invano di farsene carico. Da qui la voce e il passo roboanti, perchè, lo sappiamo bene, la miglior difesa è l’attacco.

Ed è buffo, e insieme significativo, che le due persone che cambieranno la vita a Majakovskij inizialmente non lo trovino per nulla simpatico.

Nel 1911, mentre frequenta l’Accademia di Pittura di Mosca, Majakovskij incontra David Burljuk, giovane artista cubista, e immediatamente inizia a tormentarlo prendendolo in giro per il suo stile.Entrambi sono insofferenti alle regole dell’arte “muffita” come gli viene insegnata in Accademia; e ci vuole poco perchè le zuffe iniziali si trasformino in una salda alleanza.

David Burljuk in abiti futuristi

“Vi presento il mio amico Vladimir Majakovskij, il geniale poeta”. E, prendendolo per un braccio: “Non fatemi fare brutte figure. Ora dovete scrivere per forza”.

In questo modo Majakovskij è diventato un poeta: “costretto” a continuare a scrivere dal suo amico David, a cui aveva letto alcuni versi sparsi, e che gli farà leggere i grandi poeti europei e russi. Insieme, fonderanno il gruppo cubofuturista Gileja, catapultandosi con scandalo nella grande rivolta dell’arte.

Nel 1915, Majakovskij conosce Lili Brik. Donna magnetica, ribelle di professione, sposa di Osip Brik — lui diventerà in seguito un nome importante del formalismo — lo fa innamorare immediatamente. Ma nei primi tempi non ricambia per nulla: Majakovskij è vestito miseramente, ha i denti marci, un’aria randagia e si ostina a tentare di superare la timidezza comportandosi come un selvaggio. Solo quando lui legge a Lili e Osip Il flauto di vertebre, i due si rendono conto di che persona incrededibile hanno davanti. Nasce così un sodalizio che durerà, tra alti e bassi, fino alla morte del poeta.

Osip e Lili Brik e Vladimir Majakovskij

C’è un altro incontro fondamentale nella vita di Majakovskij, ma questa volta non è una persona. A determinare la vita e il destino del poeta è arrivata a un certo punto un qualcosa chiamato Rivoluzione. Ma, secondo me, non si tratta solo della Rivoluzione in senso strettamente storico e politico: io credo che Majakovskij abbia creduto nella rivoluzione come qualcosa che avrebbe estirpato le brutture e la sofferenza dal mondo, da cui si sentiva schiacciato.

E così quando c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre ci si è buttato a pesce, non lesinando energie, combattendo con tutta la sua stazza per qualcosa che pensava che fosse “lei”.


Ma così non è stato. Innumerevoli sono le teorie sul perchè Majakovskij si sia suicidato, c’è anche chi sostiene che in realtà le circostanze della sua morte siano ben poco chiare.

Io penso che sia morto schiacciato dalle sue ossessioni personali, dalla paura di invecchiare, dalla consapevolezza che la rivoluzione non aveva portato via tutto il dolore e le brutture. Quindi alla fine forse ha ragione chi dice che si è ucciso per amore, ma forse era l’amore per un sogno.

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. […] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici»


Scrivo per assimilare il mondo. Sul Troubadour, come in un diario di bordo, raccolgo le storie che incrocio nel mondo reale e in quello della lettura. Se avete apprezzato, regalatemi un cuoricino. Se volete scrivermi, potete farlo a virgini.pili169@gmail.com

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